7 Dicembre, 2025

Avvento – Attendere è volgersi verso qualcuno

In questa seconda settimana di Avvento continuiamo il nostro approfondimento sul significato dell’Attesa.

Il termine attendere deriva dal latino ad tendere che significa volgersi a, dirigersi verso. C’è una “tensione verso”, un volgersi verso qualcosa o qualcuno, ascoltare attentamente, dedicare attenzione…

Il centro non sono io, nemmeno il punto di arrivo…, c’è un uscire da sé per andare incontro all’altro, all’Altro; c’è una componente di “incognita”, di sorpresa, di novità…

L’immagine più conosciuta dell’attesa è la maternità: la madre sa che presto stringerà tra le braccia un figlio/a, ma non lo conosce ancora, può ormai conoscere alcuni particolari, può immaginare, ma resta sempre un “oltre” quello che si può immaginare e anche oltre i dettagli emersi dalle strumentazioni odierne. La madre sa che soffrirà nel parto, ma nessuno riesce a spiegare quel tipo di dolore; sa che proverà una gioia grande, ma non può immaginarla…

“La maternità manifesta chiaramente la capacità creatrice e modellante dell’attesa: tutto si trasforma dal corpo allo spazio, dal tempo alle relazioni, dalle cose più banali a quelle più profonde…

Se l’attesa è vera e autentica, essa si fonda sulla totale appartenenza a ciò di cui siamo in attesa. Come se quello che aspettiamo non solo ci precede, ma anche ci fonda, ci origina, ci orienta. …È anche l’esperienza dell’amore, in ogni sua forma.”  (Elisabetta Corsi)

La maternità mostra “come l’attesa non sia mai padrona di ciò che si attende”. (Massimo Recalcati)

Attendere significa accettare con coraggio anche il cambiamento, la novità, attendere è orientarsi oltre se stessi con pazienza e umiltà.

Se l’attesa del futuro ci delude forse è perché, più che aspettare l’altro da noi, attendiamo solo noi stessi, solo quello che le nostre proiezioni e aspettative partoriscono.

 

Un’attesa intrappolata nelle aspettative e nelle pretese

L’ “aspettare” è diverso dall’attendere; cambia infatti  l’atteggiamento e lo stato d’animo.

Aspettare, dal latino Ad-spicere significa guardare qualcosa che si vede avvicinarsi sempre di più. L’animo e la mente sono rivolti verso qualcosa che deve accadere, o verso una persona, e richiede lo stare fermi fin quando non sopravvenga qualcosa/qualcuno. Aspettare presuppone la percezione di qualcosa di specifico, determinato, visualizzato che sta per arrivare (l’autobus, un amico, una data) e nel quale il punto di arrivo sono io.

Il passo dall’aspettare al pretendere è molto breve: pre-tendere, cioè mettere (mettersi) innanzi, addursi un diritto…

Quando viene meno “il volgersi a e verso qualcuno” sorgono le aspettative sulle situazioni, sulla vita, sugli altri, su Dio…

  • Mi aspetto che tutto vada per il meglio,
  • mi aspetto di riuscire a saltare la fila
  • mi aspetto che l’altro cambi,
  • mi aspetto che l’altro/Dio faccia/pensi come va bene a me,
  • mi aspetto che l’altro sia come voglio io….

Aspetto, sto a guardare, è la situazione che deve cambiare, è l’altro che deve essere diverso, che deve imparare a…, che deve imparare da me…, che deve fare come voglio io….

Le aspettative che nutriamo trasformano tutto (cose, situazioni, persone) in un oggetto del nostro volere. 

Le aspettative spesso vanno al di là di quanto la realtà/l’altro può offrire, e allora ci sentiamo vittime degli altri, delle situazioni.

Le aspettative spesso non permettono di vedere come sono realmente le cose, le persone, ed è facile cadere nel giudizio, anziché accogliere la realtà, l’altro, Dio stesso… per quello che è senza pretese.

 

Alcuni segnali per accorgersi delle nostre pretese
  • Il giudizio facile: se esaminiamo i nostri giudizi scopriamo che nascono proprio dalle aspettative centrate su noi stessi.
  • Quando siamo delusi da qualcosa/qualcuno, quando siamo frustrati… possiamo reagire in due modi a seconda del temperamento: 
    • colpevolizzando e arrabbiandoci;
    • isolandoci con rassegnazione, trattenendo tutto dentro di noi. 

È l’atteggiamento più pericoloso perché le aspettative vengono sepolte in profondità, si nega di avere dei bisogni, dei desideri. Questo porta al risentimento inespresso, ad una aggressività passiva. Si pensa di non meritare nulla, ci si convince che non si può essere mai amati, accettati, compresi.

 

Preghiera

«Non amo attendere nelle file. Non amo attendere il mio turno. Non amo attendere il treno. Non amo attendere prima di giudicare. Non amo attendere il momento opportuno. Non amo attendere un giorno ancora. Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante.

D’altronde tu lo sai bene, tutto è fatto per evitarmi l’attesa: gli abbonamenti ai mezzi di trasporto e i self-service, le vendite a credito e i distributori automatici, le foto a sviluppo istantaneo, i telex e i terminali dei computer, la televisione e i radiogiornali. Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi.

Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere il tempo di tutto un Avvento. Perché tu hai fatto dell’attesa lo spazio della conversione, il faccia a faccia con ciò che è nascosto, l’usura che non si usura. L’attesa, soltanto l’attesa, l’attesa dell’attesa, l’intimità con l’attesa che è in noi, perché solo l’attesa desta l’attenzione e solo l’attenzione è capace di amare».

Jean Debruyrnne (1925-2006) sacerdote francese morto in Libano, a lungo cappellano delle guide scout transalpine

 

In questa seconda settimana di Avvento, con questa preghiera, chiediamo l’aiuto necessario a tenere desta la nostra attenzione, la nostra capacità di amare.

Continueremo l’approfondimento la prossima settimana. Ti aspettiamo qui! Grazie

Qui se desideri puoi trovare la prima riflessione.

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