15 Dicembre, 2025

L’ Avvento ci allena a restare aperti all’inedito

La vera attesa “desta l’attenzione e solo l’attenzione è capace di amare.” Eccoci alla terza tappa del nostro cammino d’Avvento. Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati la scorsa settimana.

L’attesa è un atteggiamento dello spirito aperto all’imprevedibile. L’attesa rende più sensibili, spinge a scrutare nella realtà gli indizi di un qualcosa che inizia a realizzarsi e allo stesso tempo rende liberi di lasciarsi sorprendere.

“Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello”. (Wittgenstein, filosofo)

è sempre me che aspetto, ma è sempre l’altro che arriva. […] Aspetto me perché aspetto a partire da me, dai miei desideri, dalle mie angosce, dalle mie ansie, dalle mie aspettative. Ma ciò che ottengo è sempre l’altro, che eccede ogni mia mietà”. (Carlo Facente, in L’attesa incolmabile: come non appropriarsi del tempo)

L’altro da noi ci permette di superare ciò che siamo e ci fa capire che attendere è restare aperti all’inedito, l’altro da noi è sempre oltre, sempre “altro”.

Ecco allora che l’Avvento è sicuramente un tempo che ci invita a vagliare le nostre attese, le nostre speranze, la nostra speranza. Cosa attendo dagli altri, da Dio? Chi attendo? Come attendo? Attendo o aspetto? Attendo o pretendo?

La mia speranza è una speranza “a bassa quota” spero solo delle cose, spero solo qualcosa da qualcuno, da Dio o è speranza in Qualcuno, è relazione?

In questo Avvento desideriamo accogliere la sfida: abitare l’attesa senza aspettarci nulla, senza prendere e pretendere, senza ansie e apprensioni, e allo stesso tempo senza passività o rassegnazione.

Maranathá

È l’invocazione tipica dell’Avvento che esprime un profondo desiderio della presenza divina, la fede nella presenza del Signore e una speranza per il futuro. 

Interessante il fatto che appare solo una volta nel Nuovo Testamento alla fine della prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Resa ancora più singolare per il fatto che si tratta di un espressione aramaica presente in una lettera scritta in greco e inviata ad una chiesa greca.

Importante notare che la frase può essere tradotta e interpretata in due modi:

Maràna Thá: include un vocativo accanto al verbo all’imperativo: Vieni, Signore! (1 Corinzi 16,22)

Maràn Athá: formula affermativa: Il Signore è venuto.

Lungo il corso dei secoli ne è derivata anche un’altra espressione che, pur discostandosi dalle possibili traduzioni dall’aramaico originale, aggiunge un altro tassello: Il Signore viene!

  • La prima interpretazione richiama l’attesa.
  • La seconda la certezza e definitività della presenza del Signore.
  • La terza richiama la dimensione della novità, dell’oltre, della sorpresa che la presenza del Signore Gesù porta con sé e allo stesso tempo rassicura che questa si estende nel tempo e nello spazio, non lasciando niente e nessuno estraneo alla sua venuta.

Se da una parte i testi profetici dell’Antico testamento che annunciano la venuta del Messia richiamano tutti l’idea del popolo/dell’uomo che cammina verso il Signore, che prepara la strada, che sale verso il monte (Dio), del popolo-il piccolo resto che supplica e invoca la sua venuta, dall’altra tutto questo movimento viene quasi “interrotto” dall’annuncio che il Signore viene, esce, scende, va incontro, prende l’iniziativa, sorprende, precede…

Il Signore ci sorprende con la sua venuta

L’iniziativa è sua e dobbiamo lasciarci sorprendere. Dio ha squarciato i cieli ed è disceso, la profezia è divenuta realtà. Colui che era totalmente altro è diventato totalmente fratello, vicino, Dio con noi, sempre. 

Non un Dio “a tempo”, non un Dio delle grandi occasioni, dei grandi avvenimenti, delle feste…, ma un Dio “in mezzo a noi” nel quotidiano. Nemmeno un Dio presente quando tutto va bene, ma un Dio che “scende” proprio quando ormai la speranza sembra svanire, quando il Cielo sembra ormai chiuso per sempre… 

La sua venuta va ben oltre ogni aspettativa umana e così siamo chiamati ad accoglierla. Noi possiamo attendere perché Lui è l’Atteso che è venuto ad abitare in mezzo a noi, perché Lui è l’Atteso che viene in modo inatteso. 

Un Dio che si mette in cammino, che diventa pellegrino sulle nostre strade, che cerca casa, che cerca proprio me, te, ciascuno. Dio non si merita, si accoglie, non si conquista, si attende.

Non è frutto della nostra fantasia, dei nostri bisogni, dei nostri desideri mai appagati, delle nostre aspettative e pretese. 

Lui è l’Emmanuele, Dio con noi.

Per continuare ad essere pellegrini di speranza

Come pellegrini nella speranza siamo chiamati a farlo vedere presente in mezzo a noi con la consapevolezza profonda che in fondo non siamo noi ad attenderlo, ma è Lui che viene per noi.

Il Giubileo sta per volgere al termine, ma potremo prolungarne la grazia se in questo Avvento impariamo l’arte dell’attesa, che è amore, che sa accogliere l’altro, ogni altro, nella sua novità e “alterità”, per vivere relazioni nella speranza, per vivere la speranza nelle relazioni.

“Spero perché voglio bene a qualcosa; per sperare bisogna volere bene alla realtà, alle persone, alle situazioni” (Giaccardi C., La speranza, via che dà senso al nostro esistere, 28 settembre 2022, in www.benecomune.net).

La speranza autentica allora prende forma in questa tensione tra l’oggi vissuto e il domani che si immagina, tenendo conto delle incertezze che esistono. Non è una mera attesa di qualcosa che accadrà, ma è inscrivere già nel presente ciò che si spera, attraverso le proprie scelte e azioni.

Continuiamo a camminare come pellegrini  di speranza che per primi sono raggiunti da Colui che ci sorprende con il suo amore, con la sua venuta in mezzo a noi. Pellegrini di speranza che sanno accogliere, che cercano il bene di ciascuno, capaci di tessere relazioni buone che ridiano speranza, che siano risposta alle attese dell’umanità.

Se desideri puoi leggere le precedenti riflessioni:

  1. Avvento: “Il Signore viene andiamogli incontro!”
  2. Avvento – Attendere è volgersi verso qualcuno

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