Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.
Custodire la dimensione umana delle comunicazioni sociali è l’appello che nasce in un contesto in cui l’ingresso sempre più massivo dell’Intelligenza Artificiale mette a rischio la peculiarità antropologica del rapporto tra le persone.
Custodire voci e volti umani
“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.”
Questo è l’incipit del messaggio di Papa Leone XIV in occasione della sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, da cui derivano sottolineature, richiami, orientamenti
affinché il mondo delle comunicazioni custodisca l’identità personale dei soggetti, “riflesso dell’amore divino”, e non deleghi semplicemente agli algoritmi.
Una sfida antropologica
Non c’è il rifiuto delle nuove tecnologie, ma l’accoglienza di ciò che offrono richiede un costante discernimento attento e coraggioso capace di affrontare con trasparenza i nodi critici, le opacità e i rischi connessi se svincolata dalla dimensione antropologica.
“Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.
La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.”
“Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona”
Vorremmo far tesoro di alcuni orientamenti emergenti perché la comunicazione permetta all’uomo di scoprire la sua identità più profonda nell’incontro con l’altro:
- Non rinunciare al proprio pensiero
- Saper discernere tra “essere e fingere”
- Tre pilastri essenziali di alleanza: responsabilità, cooperazione ed educazione
1. Non rinunciare al proprio pensiero
La progettazione e utilizzo degli algoritmi per la massimizzazione dei profitti e del coinvolgimento sui social media porta con sé il rischio di chiudere le persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, indebolendo la capacità di ascolto, di pensiero critico e aumentando la polarizzazione sociale.
Altro pericolo che viene evidenziato è l’affidamento ingenuo e acritico ai contenuti forniti dall’Intelligenza Artificiale, che sempre più è utilizzata per creare contenuti, immagini, ecc., sottraendo dallo sforzo del pensiero e trasformando “ le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.
“La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.”
2. Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà
La capacità sempre più affinata di simulare relazioni e realtà da parte degli agenti automatizzati – “bot”, “virtual influencers” – che stanno emergendo nei flussi di informazioni li rendono sempre meno trasparenti e in grado di influenzare i dibattiti pubblici, le scelte delle persone.
“La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.”
L’altra grande sfida nasce dalla distorsione che deriva dai modelli di IA che sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e che tendono ad imporre modi di pensare, stereotipi, pregiudizi.
Di fronte a tutto questo può crescere anche un senso di sfiducia e insicurezza.
La distinzione tra realtà e simulazione, finzione è sempre più difficile e richiede un impegno crescente nella verifica delle fonti e delle informazioni, impegno non sempre facile.
3. Una possibile alleanza
Se da un lato questa “enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti”, dietro la quale c’è solo una manciata di aziende – architetti dell’Intelligenza Artificiale, preoccupa per il suo potere di controllo, d’altro lato c’è la consapevolezza che è possibile non subirla passivamente.
“La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.
Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione.”
Responsabilità, declinata come onestà, trasparenza, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza e diritto all’informazione, ricerca della verità, vigilanza sulla dignità umana. E ancora, come responsabilità sociale che non ha come criterio la massimizzazione del profitto, ma il bene comune.
Cooperazione che coinvolge tutti, “dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori” affinché ci sia una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.
Educazione, per “aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.”
Un’educazione alla protezione della propria privacy, ad un uso consapevole e rispettoso delle comunicazioni sociali.
In conclusione:
“Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.”














