Dopo quattro anni e mezzo, Sabine, missionaria CMT, ha fatto nuovamente visita alla sua famiglia d’origine ad Abidjan – Costa d’Avorio.
Dare attenzione e condividere con chi non può ricambiare
L’attenzione agli altri, ai poveri, a chi non ha il necessario è stata la caratteristica della sua permanenza in famiglia.
“Da tanti anni non festeggiavamo il Natale insieme. Tutti i miei familiari hanno ringraziato, soprattutto i nipotini che mi chiamano la zia che abita in cielo, perché mi vedono arrivare e partire con l’aereo”.
Ma, come vivere le feste in Costa d’Avorio? Ci racconta Sabine: “Il giorno di Natale, la nostra famiglia si è allargata. Mia mamma Jeanne, sempre attenta a chi ha più bisogno, ha invitato nove bambini , una signora del Togo e alcune donne straniere che vivono in un quartiere molto povero. Hanno festeggiato con noi, con musica e danze”.
“Il giorno di Capodanno abbiamo preparato tutto in casa per fare festa. Ma non solo per noi.
Mentre andavo a portare una zuppiera con del cibo pronto ad una signora vicina, ho visto mia madre camminare velocemente dietro di me ed entrare in un cortile. Subito dopo il mio rientro a casa è arrivata anche lei con tre bambini dall’aspetto povero. Pensavo che le cose nel mio quartiere fossero cambiate che ci fosse meno povertà. Mamma aveva trovato quei tre bambini dentro un cortile in un angolo, da soli. Ho chiesto a mamma perché fosse entrata in quella casa e mi ha risposto: “Sentivo dentro di me una voce che mi diceva: entra! L’ho seguita e sono entrata”. Poi ha aggiunto: “Lo Spirito Santo fa questo, se siamo disposti, ti aiuta a scoprire e vedere il vero bisogno dell’altro”.
Mi ha colpito, il loro aspetto e il modo con cui hanno preso il cibo che gli abbiamo offerto, sembrava non mangiassero da tempo. Ho pensato ai miei nipoti vestiti bene, con i capelli ordinati, e trovarmi davanti questi tre bambini mi ha fatto riflettere sulla scelta che ho fatto. Ho ringraziato perché, io sono missionaria, ma in quel momento, mamma aveva manifestato un cuore più aperto. Le mie nipoti, di 8 e 13 anni che erano presenti hanno detto: “Nonna, adesso sì che abbiamo festeggiato il Natale!”.
“Questa visita mi ha aiutato a rimettere a fuoco le mie scelte e a discernere ciò che ci vediamo. Ne avevo bisogno.” – continua Sabine – “Spesso nei social si vedono foto della Costa d’Avorio che presentano il lusso, ma mi sono resa conto che vogliono far vedere un benessere apparente mentre la realtà è un’altra: i quartieri precari crescono e c’è tanta sofferenza.”
Quando ci vogliamo bene diventiamo famiglia
“Le persone del quartiere mi hanno accolta molto bene e via via sono venute in casa per farmi visita. Da noi, quando ci si incontra, si chiedono tre notizie. La prima per chiedere come stai, la seconda se il viaggio è andato bene, la terza è il cuore della notizia: “Tu sei andata in Italia, come è stata la tua esperienza?”. Allora ho raccontato di tutti coloro che ho conosciuto in Italia; di chi frequenta la Comunità, di chi appartiene ai gruppi missionari, che ci conosce e collabora. “Allora tu sei parte di una famiglia più grande” – hanno esclamato – contente di sapere che faccio parte di una famiglia che mi vuole bene e di cogliere che, sebbene fossi andata in Italia, ero rimasta una di loro, che faceva cose semplici come pulire la casa, come lo fa una mamma”.
La gente conosce Sabine, ma non è facile, a distanza, mantenere viva la memoria e il contatto con tutti. Il rientro in Costa d’Avorio è stato allora occasione per riunire le persone e raccontare della Comunità e delle attività.
“Ho dato l’appuntamento per mezzogiorno e poi dopo l’incontro ho organizzato un piccolo rinfresco. Sono arrivati uno dopo l’altro tre gruppetti di persone.
Il primo era misto, composto da mussulmani che vengono dalla Guinea e cristiani. È stato interessante perché avevo preparato il mio incontro sulla fede in Gesù, ma vedendo davanti a me una situazione diversa da quella prevista ho pensato di arrivare al loro cuore attraverso una condivisione sui valori che anche per loro sono importanti: la condivisione, la gioia di stare insieme, e Dio che provvede ai nostri bisogni.
Ad un certo punto mentre parlavo hanno fatto un applauso così forte che mi sono chiesta cosa stesse succedendo. Le persone erano contente, avevano colto il cuore di ciò che desideravo comunicare: quando ci vogliamo bene diventiamo famiglia.

Con gli altri due gruppetti, composti da cristiani è stato più immediato condividere anche l’esperienza di fede. Mi hanno detto: “Adesso ti conosciamo. Siamo grati di aver conosciuto te e la Comunità”.
Prima di partire mi hanno fatto un augurio e affidato un compito: quello di portare in Italia, a chi incontravo il loro amore e i loro saluti, perché attraverso di me anche loro sono diventati fratelli e sorelle di chi avrei incontrato”.













