2 Dicembre, 2025

Avvento – “Il Signore viene, andiamogli incontro!”

“Il Signore viene, andiamogli incontro!” È l’invito che ci offre la liturgia dell’Avvento: tempo di attesa attiva, tempo di accoglienza, tempo per muovere i nostri passi verso il Signore.

In un tempo caratterizzato dalla frenesia, dal “tutto e subito” siamo invitati a rallentare per porci in ascolto e per rivolgere il nostro sguardo verso il Signore e verso gli altri. Per noi che, spesso delusi e scoraggiati, ci ritroviamo a non aspettare più nulla e nessuno, risuona ancora più forte questo invito: “il Signore viene… “. Non è un fatto relegato al passato, “è venuto”, nemmeno una promessa incerta “verrà”, ma “il Signore viene…”, oggi, qui ed ora. La sua venuta è una certezza. Perciò “andiamogli incontro”. Siamo sollecitati ad uscire da noi stessi, dal nostro punto di vista, dalle nostre “attese e pretese” per accogliere il Signore che viene, per abitare dentro la nostra storia, anche là dove non penseremmo possibile.

L’Avvento è proprio un’occasione per allenare la nostra capacità di saper attendere e di andare verso il Signore e verso gli altri. Ma cosa significa attendere? Come noi attendiamo solitamente? Cosa o chi attendiamo? Da chi? Nel corso di questo Avvento cercheremo di approfondire il significato dell’attesa.

L’attesa e le attese

L’attesa è una costante della nostra vita e spesso nemmeno ce ne rendiamo conto. La nostra vita è piena di situazioni in cui si presenta l’attesa: al semaforo attendo che scatti il verde; attendo il mio turno alla cassa, in fila alle poste, in banca…; attendo il segnale di inizio o di conclusione di un’attività, di una partita; attendo una telefonata, attendo una notizia, l’esito degli esami scolastici, il risultato di un esame medico, un evento…

La nostra vita è piena di attese: attendiamo l’altro che ci ami come desideriamo; attendiamo il vero amico che ci capisca; attendiamo di trovare un senso a ciò che viviamo, ad una sofferenza; attendiamo di crescere, di progredire, attendiamo di essere perdonati, attendiamo la pace, la serenità…

Ogni attesa è diversa…

Ci sono attese di routine, altre decisive; attese gioiose, attese noiose, attese dolorose, attese sconvolgenti, attese cariche di speranza… Ognuno vive l’attesa in modo diverso: gioia, speranza, noia, fretta, indifferenza, passione, rabbia, dolore, ansia, sorpresa… 

L’attesa è una strategia educativa: è un bene far attendere, desiderare…, rafforza il carattere, educa alla resilienza, alimenta la speranza, spezza il circolo vizioso del “do ut des” o del capriccio insistente per ottenere qualcosa e sempre qualcosa di più…

L’attesa rubata

Viviamo in un tempo segnato dal “tutto e subito”, dalla frenesia: il tempo non ci basta mai, gli impegni si accavallano, la tecnologia ci ha abituati all’immediatezza, all’istante: scrivo un messaggio e attendo la risposta che può arrivare in un lampo…; dal “telefona quando arrivi” al fatto che l’altro/a mi può chiamare mentre è in viaggio…; e gli esempi potrebbero proseguire all’infinito. 

Siamo immersi in un mondo dai “tempi corti” anzi, il più delle volte addirittura annullati. Anche l’attesa tipica dei cicli naturali (a ogni stagione il suo frutto) è superata dalle nuove tecniche (serre, simulazioni climatiche, ecc.).

L’attesa implica pazienza, ascolto, saper abbracciare-accogliere… ma spesso ci troviamo immersi nella frenesia, nell’impazienza, nella fretta di chi sa già tutto, nell’indifferenza verso ciò che è contrarietà, siamo immersi nell’ansia o nel nervosismo, nell’impulsività.

Uno studio inglese ha calcolato il limite massimo di attesa: che si tratti di un call center o del cameriere al ristorante, in media si perde la pazienza dopo 8 minuti e 22 secondi. Al computer la soglia si abbassa ulteriormente, se si aspetta più di un minuto per un download, l’umore comincia ad alterarsi, raggiungendo il picco dopo 5 minuti e 4 secondi di attesa.

D’altro lato è sempre più frequente la tendenza ad annoiarsi facilmente, il senso di insoddisfazione che spinge a cercare cose ed emozioni sempre nuove diventano un circolo vizioso che rende impazienti, impulsivi, incapaci di gestire lo stress, il tempo, rende sempre più insicuri, meno capaci di concentrarsi.

Il che non significa che l’attesa debba diventare rassegnazione o passività, l’attesa al contrario è un atteggiamento costruttivo, è un atto generativo.

Il rischio di non attendere più

Per assuefazione o per delusione si arriva anche a non attendere più nulla e nessuno.

“La vera tristezza non è quando la sera non sei atteso da nessuno al rientro in casa tua, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. La solitudine più nera non la provi quando trovi il focolare spento, ma quando non vuoi più accendere, neppure per un eventuale ospite di passaggio. 

Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata.

E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. Se oggi non sappiamo attendere più è perché siamo a corto di speranza, si sono disseccate le nostre sorgenti, soffriamo una profonda crisi di desiderio e ormai paghi di mille surrogati rischiamo di non attendere più nulla neppure dalle promesse di Dio”. (Mons. Tonino Bello)

Iniziando l’Avvento desideriamo allora rinnovare la nostra capacità di attendere bene.

“Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento”. (Dietrich Bonhoeffer).

In questa prima settimana prestiamo attenzione a come viviamo l’attesa. Sono capace di attendere? Reagisco immediatamente quando qualcosa non va?  La consapevolezza è il primo passo di ogni crescita.

 

Continuiamo l’approfondimento la prossima settimana. Ti aspettiamo qui! Grazie

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